Pensieri evaporati nell’umidità torva della sera.
La poca gente per strada non li riconosce,
ma ne assorbe gli odori, sente il bagnato nelle ossa.
Colori incolori di un febbraio autunnale che evoca tristezze.
Tristezze si materializzano tra i fumi del cielo
per liquefarsi appena sulla pelle scoperta dai cappelli.
È un passato cremisi che torna
con la forma di una foglia accartocciata.
Voglio raccontarvi di quella mattina
in cui per la prima volta è avvenuto.
Non molto tempo fa, a dire il vero.
Un risveglio come tanti, luminoso e terribile,
come ogni risveglio.
Una luce pungente nel buio soffice,
la tenebra buona scacciata dalla luce assassina,
ed un pensiero…
Una folgore nel cielo senz’ombre,
una tempesta senza vento sull’onde quiete,
un granello di luce che abbaglia la notte più scura,
un rivolo timido che sprofonda il deserto in un mare.
Cosa poteva mai essere?
Cos’era questo bisogno con la forza di un dovere?
E poi…
Dover correre verso una penna d’oca senza inchiostro.
Dover sottrarre pagine a quaderni orfani.
Dover dar voce in silenzio a quella folgore,
a quella tempesta, a quel granello…
Dover immergere in quel rivolo la penna incolore
per lasciarla nuotare nel mare multicolore dell’anima.
Allora ho inteso.
È a te, lettore, che ora mi volgo:
a te è stato dato, anche solo una volta,
di cadere vittima di un simil strazio?
Se così per te è stato allor comprendi.
Quando senti tali immersioni possederti,
quando l’unico puntello per sopportare il raggio killer del mattino
è questo correre, sottrarre e dar voce,
e l’unico specchio in cui riconosci la tua immagine
è questo foglio orfano riempito di te,
allora…
Sei uno scrittore!

Etain