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Sono una donna che ama i cambiamenti, che si sollazza in tenui sogni da bambina, che cerca nei pallidi versi un riflesso di se stessa. A volte la ricerca trova un senso, a volte fruga invano. E intanto spargo nel bosco parti di me.

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Home » Luglio 2006
Dal diario di Lucy (2° episodio)
domenica, 30 luglio 2006 - 19:24

30 luglio 2006

Caro diario,
in questi giorni - miao!- sono molto triste.
Intanto, sento sempre caldo, la pappa nelle ciotoline si riscalda presto e io non ho più tanta voglia di mangiarla.
Mi è pure capitato di sentire un fastidioso bruciore agli occhi e mi sono dovuta grattare spesso, tanto che la mamma durante le coccole mi chiede sempre come sto e mi miagola che sono tutti arrossati.
Si deve essere convinta che per questo merito una punizione, perché due giorni fa lei e papà mi hanno messo nella gabbiettacattiva e mi hanno portato dall’Uomoverde-che-fa-le-punture. Fortuna che – miao!- non ci abbiamo messo molto e che stavolta non mi ha fatto punture, però ho capito che mamma e papà con le due zampe volevano che io smettessi di grattarmi gli occhi.
Ma che vogliono?! Se loro sapessero quanto mi prudono! Perché non mi lasciano in pace? Meow!
La mamma aveva pure tentato di lavarli con un cosa gelida e bagnata, miao!
Da ieri, mamma e papà mi torturano: prima mi chiamano miagolando in modo affettuoso, poi papà mi afferra e mi tiene ferma, mentre la mamma con un oggetto piccolo, bianco e appuntito mi apre gli occhi a forza e mi ci mette una cosa-umida e fredda.
Miaooo!, come soffro, sigh…
Oggi, poi, credo proprio di averla fatta grossa.
Ero quasi riuscita a scamparla, evitando di farmi mettere troppa cosa-umida negli occhi e papà mi aveva lasciata andare, anzi mi ha scagliata via, quando ho sentito la mamma piangere.
Ovviamente, io ho subito pensato a nascondermi dietro il divano, ma la mamma continuava a piangere, miagolando a papà con tono arrabbiato. Non capivo cosa fosse successo, ma mi temevo lo stesso alla larga perché aveva ancora in mano l’oggetto della tortura.
Poi si è seduta e ha iniziato a pulirsi la zampe.
Poco dopo, sono rispuntata per scoprire cosa le era successo. Forse papà aveva messo la cosa-umida anche nei suoi occhi, miao?
Ma appena lasciato il nascondiglio, papà ha iniziato a sgridarmi e mi è corso dietro con una cosa grossa in mano. Accidenti, quanto era arrabbiato!
Così mi sono raggomitolata nella mia culla, da dove potevo osservare bene la mamma.
Credo proprio che si sia fatta una brutta bua, perché dopo mi ha fatto vedere le zampe e c’erano due tagli lunghi e rossi e mi ha miagolato che ero stata io.
Mi ha pure dato uno schiaffetto, miao!
Non mi ha fatto male, ma per principio io ho provato a difendermi con un morso leggero, tanto per metter in chiaro che non l’avevo fatto apposta. Che miao di colpa ho io se prima mi vogliono martoriare, mi spaventano ammorte e poi mi lanciano via a caso?
Alla fine la mamma mi ha punita lo stesso, tagliandomi le unghiette. Che disdetta, le avevo affilate così bene sul mio tappetino… Miao settimane di lavoro tutte da rifare!
Però ho capito che la mamma si è fatta davvero male e che il papà si è molto dispiaciuto perché nel lanciarmi ha fatto entrare per sbaglio le mie ex-unghie nelle zampe dalla mamma.
Non so se mi hanno perdonata, ma prima mentre sonnecchiavo sull’armadio, la mamma mi ha fatto annusare qualcosa di buono da mangiare.
Ma…e se fosse un’altra trappola per prendersela con i miei occhi o punirmi?
Caro diario, non so cosa debbo fare… questi sono pazzi – miao!
Ho paura… Aiuto!
 
Lucy (terrorizzata)
Lucy con gli occhi arrossati
N.B: editato anche su "La Musica dei Boschi Vol.1"
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In ---> racconti, istantanee, diario di lucy
"Intersezione" per... Poeticamente2
sabato, 29 luglio 2006 - 18:55
Per chi volesse leggere il mio contributo dato a Poetica_mente2, iniziativa proposta da Psyché sul Blog degli Autori di Manuale di Mari, non ha che da fare un click qui.
Ho provato a postare anche qui, ma l'editor fa più bizze di un cavallo selvatico.

Portate pazienza, quindi.

L'anfitriona del bosco, umilmente, ringrazia quanti hanno già lasciato il loro affettuoso commento.


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In ---> poesie, poesie in prestito, blog-eventi
Scalpiccio di suole
sabato, 22 luglio 2006 - 17:49

Scalpiccio di suole
Indifferente andare
Sopra ceramiche consunte.

Infanzia abbandonata su strade
Affollate di solitudine
E vuote di umanità.

Scalpiccio silente
Nel frastuono capitolino
Luci intorno si intrecciano
Per nascondere il buio delle anime
Sorde vuote assenti.

Etain

 

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In ---> poesie, istantanee, stralci di caos
Dal diario di Lucy (1° episodio)
venerdì, 14 luglio 2006 - 18:32
14 luglio 2006
Caro diario,
ieri sera è successo di nuovo, miao!
Mamma e papà con le due zampe si sono messi a scavare nell’armadio delle borsegrandi dove io non posso mai entrare.
Che cosa ci terranno mai di così segreto io non lo so, a me sembra un’accozzaglia di roba messa alla rinfusa. Quello che so per certo è solo che ci nascondono queste borsegrandi con cui è divertente giocare una volta tirate fuori, soprattutto se le riempiono di quelle cose che usano per coprirsi – come miao si chiamano? - dove poi io scavo.
Uffi, però poi mi sgridano sempre… miao!
C’è da miagolare, che ogni volta che loro trafficano con quelle borsegrandi, poi escono di casa e mi lasciano sola per un po’. Di solito, prima di uscire con le borsegrandi la mamma mi prende in braccio – miao! che fastidiosa quando fa così e io non voglio! – oppure mi si avvicina e mi miagola qualcosa in quella sua lingua che ormai ho imparato a capire (anche se ogni tanto faccio finta di non capire, sennò non riuscirei a muovere neanche una zampa e allora addio caccia serale contro gli insetti-invasori...miao!).
Mi miagola sempre di fare la brava, che loro ora escono per un po’ di tempo, ma che poi tornano. Anche quando esce per tornare con le buste piene di pappe mi miagola sempre che “la mamma torna presto”, però non come quando esce con le borsegrandi.
Insomma, quando ci sono di mezzo queste misteriose borsegrandi finisce che mamma e papà mi dicono delle bugie.
Io aspetto e aspetto che tornino, ma di loro neanche l’orma.
Ogni tanto è capitato pure che, mentre dormivo sola soletta in qualche angolo comodo, qualcuno entrasse dalla porta. Di solito viene lo zio: entra, mi chiama, mi dà la pappa, mi pulisce la lettiera e mi fa qualche coccola. Com’è gentile lo zio, viene per farmi compagnia di sicuro.
Ma l’ultima volta che mamma e papà sono usciti con le borsegrandi è strisciato nella mia casa un losco individuo.
Oddio, forse forse l’avevo già visto da qualche parte, però io non mi sono fidata.
Anche lui sembrava gentile e mi dava la pappa – addirittura, ha dato da bere anche alle cose verdi che spuntano nei vasi, miao! -, però io sono stata attenta a restare ben nascosta, non si sa mai!
Mi stavo ormai rassegnando a restare sola per sempre, finalmente padrona della casa e libera di fare quello che voglio – ah, ora posso dormire sul tavolo della cucina, miao! -, anche se mi mancavano le carezzine sulla nuca e le mani di mamma da mordere e qualcuno a cui “fare il pane”…
Poi sono tornati!
Riportando le borsegrandi e tanti sorrisi e coccole per me.
Non sapevo se fare o no l’offesa, ma poi la mamma mi ha messo i filettini rosa nella ciotola e ho dimenticato di essere arrabbiata.
Però ho deciso di infliggerle una punizione: ogni sera mi deve fare tantissime carezze extra! Purr purr purr…
E poi ieri sera ho visto di nuovo una di queste borsegrandi – ma non tanto grande – e allora mi ci sono messa dentro per capire cosa hanno di tanto speciale.
Ovviamente, la mamma mi ha subito miagolato che “non si fa!”.
Stamattina, papà ha messo di nuovo delle cose dentro la borsagrande, poi dopo un po’ sono usciti di casa, ma non mi hanno miagolato niente di diverso dal solito: “torniamo presto!”.
Ero certa che da un momento all’altro sarebbe rientrato il losco figuro o, al massimo, lo zio. Ero così preoccupata che non sono riuscita a dormire.
Invece, dopo poche ore è tornata la mamma.
Meno male! Le ho fatto tante fusa, se le meritava.
E ho anche provato a farmi rincorrere, ma lei è stata poco al gioco.
Ha miagolato che stasera saremo a casetta da sole, io e lei, e che ci faremo tante coccole perché papà starà via un po’ di giorni.
Vabbé, mio caro diario, ora mi schiaccio il pisolino pomeridiano.
Alla –miauuuu!- prossima!
 
Lucy

 

Lucy

N.B.: editato anche su "La Musica dei Boschi Vol.1"

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In ---> riflessioni, racconti, istantanee, diario di lucy
“La parete dei sogni”
mercoledì, 12 luglio 2006 - 10:30

Unicorni di ghiaccio sfilano
sul silenzio della parete nera,
figli di una primitiva cinepresa.
Proiezioni di spiagge deserte
o istantanee di vette affollate.
Case come formicai avvoltolati
dentro città-teatro selvagge e rade
disperse nelle steppe della civiltà.
Rimembranze d’infante scappano
dagli eventi non ancora ripresi d’adulto,
si fissano per sempre su consunte pellicole
e rivivono il film di giochi e tesori e meraviglie,
del paese che da sempre esiste,
e che ogni notte scansiona colori abbandonati
di scene riscritte per il bimbo
che sogna e mai crescerà.

 

Indisturbato Sonno Blu - Silvana Sotgiu


Etain

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In ---> poesie
INFERNO
lunedì, 03 luglio 2006 - 20:36

Racconto horror-soft


Il cielo è un letto di nembi, questa sera. Fiocchi di cotone impolverati.
Pian piano si confondono con il blu della notte che avanza e solo per alcuni minuti hanno vestito il rosso-arancio del crepuscolo.
È stato un bel funerale, amore mio. Triste e composto.
Familiari ed amici ti hanno accompagnata in silenzio fino a questa nicchia in cima alla collina, scavata nella terra odorosa di umido e foglie, mentre il tuo ricordo aleggiava nei nostri cuori insieme al vento d’autunno.
Li vedi, amore mio?
Ora il corteo sta scendendo la china, un piccolo drappello che scioglie le fila.
Ognuno di loro tornerà alle loro case, nelle loro stanze calde e accoglienti. Alcuni ti ricorderanno e ti piangeranno per molto tempo ancora. Magari emergerà il tuo viso all’improvviso, facendo capolino nell’istante di tregua del dolore. Altri ti metteranno da parte, il tempo di chiudere la porta e tornare al tran tran di tutti i giorni.
Essere dimenticati è peggio che morire.
Essere dimenticati è la vera morte.
Ma vedrai, non sarà così.
Per il mondo che ti lasci alle spalle hai vissuto una buona vita, mia cara, tanto da meritarti lacrime e fiori. Il profumo acre delle ghirlande che iniziano ad appassire ti faranno compagnia per qualche giorno, per ricordarti che nel mondo qualcuno ti ha ricordato, almeno durante i minuti che hanno preceduto l’addio.
Ma non temere, resterò io qui a tenerti compagnia. Io e questi fiori in agonia.
Resterò con te come è stato da quando ci siamo conosciuti, quel piovoso pomeriggio d’inizio inverno tanto simile al giorno in cui il tuo corpo si è spento.
Sono trascorsi 30 anni da quel giorno, ti ricordi?
Tu lavoravi in quel bar di uno squallore greve ed appariscente che solo la tua bellezza riusciva a riscattare. Quel pomeriggio il mio noioso lavoro da praticante di uno studio legale assunse il colore dei tuoi occhi verdi e dei tuoi capelli bruni come le castagne lucide d’autunno.
Ti pensai per tutta la sera e la notte e il giorno seguente. Vivevo solo per poter ritrovare i tuoi colori in quel minuscolo e dimenticato bar di Soho.
Non è stata una storia travagliata, la nostra. Tutto si è svolto con semplicità, secondo un rituale antico e predefinito.
Dopo una settimana che mi inebriavo di te mentre sorseggiavo il consueto gin tonic, ti chiesi di uscire con me. Ti proposi una semplice passeggiata in Hyde Park per la domenica seguente.
Tutto accadde all’improvviso, con quella casualità che il destino predispone quando oramai hai smesso di sognare. A 37 anni e senza la stabilità economica preposta dalle ambizioni giovanili, sei arrivata come un raggio di sole nella notte polare. Non era stata una vita facile la mia, non fino a quel momento. Lavorare e studiare insieme, per mantenere una famiglia senza più un padre, possono essere azioni incompatibili per spiriti pacati come il mio.
Ma ora c’eri tu. Finalmente c’eri tu.
Ci siamo fidanzati una sera di gennaio, ricordi cara?
Il luccichio dell’anello sulla tua mano delicata, lievemente arrossata dal freddo, si confondeva con lo sfavillio dei fiocchi di neve.
Quella notte ci portò fortuna. Da lì per noi due il percorso fu tutto in discesa.
Quattro mesi dopo ero stato assunto stabilmente dal prestigioso ufficio legale dove avevo lavorato per anni appagato dalle sole briciole. Tu avevi su di me un forte ascendente. Avevi molte ambizioni tu e, non possedendo i titoli per realizzarle, delegavi a me il compito di farlo anche per te.
Io ubbidivo volentieri, confondendo le tue aspirazioni con le mie.
Poi quelle parole che unirono le nostre vite dopo sei mesi dalla prima passeggiata: «Vuoi tu Benjamin Conrad prendere Coleen Jones come legittima sposa…?».
Tutto da allora divenne perfetto.
O almeno, così sembrava a me.
Il lussuoso appartamento in Bayswater Road, i riconoscimenti crescenti sul lavoro, l’acquisizione di un tenore di vita sconosciuto per entrambi fino ad allora.
Sì, era tutto perfetto.
Fatta eccezione, forse, per i massacranti orari di lavoro cui ero costretto a sottostare, sempre più di frequente.
Fatta eccezione, forse, per l’assenza di un figlio a coronare quella felicità.
E fatta eccezione, ancora, per la distanza che a volte si veniva a creare tra noi. Quando tornato a casa trovavo un letto freddo e vuoto ad aspettarmi, mentre tu rientravi la mattina con il corpo caldo e appagato dall’odore di un altro uomo.
Quando è successo la prima volta?
Probabilmente non lo saprò mai, ma quando me ne accorsi eravamo sposati da più di tre anni.
Tu facevi poco o nulla per nasconderlo. Io facevo finta di non vedere.
I primi dieci anni di matrimonio non accadeva di frequente, a dire il vero. Ed io non volevo accettarlo. Dovetti farlo, quando, messa alle strette, dovesti confessare di avere una relazione con il mio vecchio amico John. Eh sì, John l’avventuriero, John il carismatico e ricco vedovo, l’azionista più in gamba di fine secolo con un patrimonio tale da poter risanare il debito pubblico di tre stati.
Cosa ti piaceva di più in lui, Coleen, l’intelligenza o il denaro? Certo non la bellezza, quella non era tra le sue prerogative.
E a lui quanto ne sono seguiti, eh, Coleen?
Mi hai fatto male, e tu lo sai, ma senza di te ero stato un debole e non volevo più esserlo.
Il mio animo era diventato furbo, spietato, senza scrupoli. E ricco.
In fondo, il dolore che dovevo sopportare per i tuoi tradimenti era solo il microscopico prezzo da lasciare in pegno in cambio di un prestigio che non avrei mai osato immaginare senza la tua crudele presenza al mio fianco.
Non ho mai smesso di amarti, lo sai? Nonostante tutto. Nonostante le braccia delle donne che mi hai costretto a cercare per compensare il vuoto che accompagnava la mia ricchezza e la tua assenza.
Ma poi ti sei ammalata. Un cancro limpido ed indolore che ti ha sottratta a me con benevola celerità.
E ora sei qui, fredda nelle zolle irrigate da queste lacrime mute.
Solo ora mi accorgo di quanto in fondo tu sia stata sola. Perdonami, ti prego.
Ma sono qui per te, adesso, pronto a colmare quella solitudine.
E tu, riuscirai mai a perdonarmi? Dimmi, amore mio.
Parlami ancora con quella tua voce cristallina, dimmi che mi perdoni.
Perché non mi parli? Eppure io ti ho perdonata.
Perché non torni da me?
Eppure sono disposto a cambiare, ora.
Sono pronto a rimediare ai miei errori, credimi.
Oh, Coleen, torna da me, avanti. Cosa aspetti?
Va bene, sì, forse ti chiedo troppo. Sono forse troppo frettoloso?
Allora aspetto. Ti aspetterò per sempre, non temere, non vado via.

È scesa la notte.
Le tombe adombrate dai cipressi sembrano relitti che affiorano dal mare di nebbia.
Seduto sulla lapide candida sotto cui giacciono le spoglie di quella che era stata sua moglie, Benjamin Conrad è un’ombra confusa con le altre.
Attende e attende ancora, in silenzio, senza piangere.
Trascorrono lente le ore della notte, finché il rosa dell’alba non fa capolino tra la coltre di piombo.
L’uomo cerca con gli occhi l’orizzonte come riscuotendosi da un lungo sonno, poi lacrime amare gli solcano il viso.
Esausto, solleva le membra e si allontana.
Si ferma davanti ad una tomba: l’immagine ritrae il suo viso un po’ più giovane ed un po’ meno sofferente.
Si volta un’ultima volta sospirando verso il tumulo di terra smosso da poco e, mentre il suo corpo si fa incorporeo e sempre più evanescente, mormora: “Ognuno sceglie il proprio personale inferno... Io avevo scelto te, chissà tu cosa hai scelto?!”.

Etain

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