DOVE SI DECIDE SE È MEGLIO RECITARE O VIVERE.
La Vita.
Cos'è la Vita?
La Vita, con la "V" maiuscola, intendo.
Enorme palcoscenico per esibizioni su canovacci mai scritti, di opere che si tramandano attraverso l'eco di trovatori estinti?
Forse si e forse no.
Chissà cosa ne pensereste dopo aver letto una storia?
Siete curiosi? Ebbene, non vi deluderò.
Cominciamo, allora.
Un enorme palcoscenico, dicevo. Figuratevi questo palcoscenico vecchio, un pò malmesso, con le assi di legno scurite dall'umidità e decorate da qualche bucherello qua e là. Doveva essere stato legno buono, ai suoi tempi, visto che qualche tarlo furbone vi si era installato.
Su quel palcoscenico - dicevo - si imbatté un giorno una maschera. Un volto di gesso dalle fessure tristi su un corpo di bambina imbellettato da volant e fiocchi e pizzi.
Leggeva un copione scritto in corsivo su carta ingiallita. Non lo amava molto, la maschera triste dal corpo acerbo, ma il regista la costringeva a continuare la recita. E più continuava e più il gesso bianco assumeva sembianze contrite, da vecchia stanca.
La rappresentazione non ammetteva pause e, pian piano, anche quel corpo da bambina iniziava ad assumere la postura piegata e contorta da nonna.
Le gambette tornite si accorciavano anziché allungarsi, le manine candide e lisce lasciavano il posto a dita scure e rugose come rami di alberi rinsecchiti, i riccioli corvini, cui il bianco del gesso - con dispregio, forse -, faceva contrasto, cominciavano a confondersi con l'orrida maschera.
Cosa poteva più salvarla?
Chi poteva restituirle l'età dei giochi e dei sorrisi di cui era stata defraudata?
Dietro quella maschera lei recitava. E piangeva. Ogni giorno, ogni momento.
Quel canovaccio era per lei un tormento, eppure sapeva che lo spettacolo doveva continuare.
Forse un giorno non molto lontano le pagine da imparare a memoria sarebbero finite.
Ed allora, o sì, solo allora lei sarebbe stata libera di scegliere battute e personaggi da mettere in scena. O meglio, ma ancora non osava sperare, avrebbe potuto scrivere un suo proprio canovaccio! Per lei e per lei soltanto!
Cosa sarebbe stato di lei senza i suoi sogni?
Chi altri, se non lei stessa, custodiva la chiave per aprire il forziere dove questi albergavano?
E così un giorno accade.
Una distrazione del regista, un istante rubato ai suoi occhi, un balzo giù, lontano da quelle travi consumate ed una corsa a perdifiato tra le fila rosse di poltrone dalle fodere smagliate.
Il tormento era finito.
Ecco, non era stato difficile.
NO!, urlava il regista con viso paonazzo.
NO!, eco che risuonava tra gli spalti vuoti.
Un tentativo di inseguire la preda paralizzata da quell'urlo terribile.
Poi la piccola attrice comprese: "La maschera, la maschera è il mio vero nemico! È lei che mi ha reso prigioniera! E forse anche colui che credevo essere il mio carceriere in realtà è una vittima che non sa di esserlo. Lui dipende da questo gesso ed io io posso liberarmi. Liberarci!". Un gesto deciso, un lancio e lo schianto.
La maschera era morta, la bambina riviveva.
Finalmente il regista poteva conoscere il suo vero volto, ma era troppo tardi.
Poté solo rivolgere un grazie con un pallido sorriso agli occhi neri e alle gote rosee che aveva appena scoperto prima di dissolversi per sempre. La piccina non gliene volle: gli sorrise a sua volta mentre lo salutava con la mano, prima di voltare le spalle al teatro delle sue sofferenze e dirigersi con passo deciso - e con saltelli da fanciulla, adesso! - verso il portone scuro.
E mentre varcava la soglia e la luce del sole del mattino la abbagliava, udì un suono sordo come di un "clic", mentre il sipario si abbassava e nel teatro calava la notte.
Lo spettacolo era terminato.
La bambina non più maschera ora era libera di scrivere o riscrivere, di recitare o di vivere il canovaccio - o i canovacci - della sua Vita.
Ed ora, signori e signore, vi porgo di nuovo la domanda, e attenti a dare una risposta ponderata e il più possibile convincente.
Cos'è la Vita?

Urla l’anima:
sono vuote le braccia
nell’albe fredde.

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