Sono una donna che ama i cambiamenti, che si sollazza in tenui sogni da bambina, che cerca nei pallidi versi un riflesso di se stessa.
A volte la ricerca trova un senso, a volte fruga invano.
E intanto spargo nel bosco parti di me.
“Ama no gawa”
Il mio blog a più mani dedicato alla poesia e alla cultura del Paese del Sol Levante (日本).
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7.03.2001
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Nome: Etain Una sognatrice, una creatura alla continua ricerca di qualcosa da creare, un Giano bifronte un pò donna e un pò bambina, un cavilloso enigma che aspetta di essere svelato.
Un libro da "gustare"
Il mio libro è segnalato sul sito-vetrina Yourbooks.it
Detestava il maestro e la sua faccia troppo simile ad una maschera di gomma dai lineamenti perennemente corrucciati.
Detestava la bacchetta del maestro, sempre lì, in agguato a cogliere in fallo ogni movimento delle sue mani sottili.
E detestava i compagni, sempre lì pronti a ridacchiare delle disgrazie altrui, ma incapaci poi di difendersi contro i soprusi dell’insegnante.
Tonino sognava un mondo migliore ed il momento in cui sarebbe stato grande abbastanza per contribuire a realizzarlo. A forgiarlo con le sue stesse mani, se fosse stato necessario.
Ma intanto le sue giornate si svolgevano senza eventi di rilievo e Tonino si rifugiava nei sogni.
Sognava e sperava.
Sembrava che al momento fosse l’unica cosa in cui non si sentisse incapace. I suoi sogni erano malleabili e colorati. Talvolta, quasi solidi.
Luoghi, personaggi e situazioni vivevano per lui, il piccolo bistrattato Tonino, diventato artefice e regista per l’occasione.
E intanto ogni mattina lo svegliava l’abituale torcicollo nello stesso scomodo lettino della stessa solita stanza.
La stanzetta spoglia accanto alla camera dei genitori.
Lo stesso faceva Graziella, la sorella più piccola, ma nella stanza opposta alla sua.
Lo stesso sta avvenendo anche questa mattina.
Il sogno di Tonino inizia a sfumare: si fa torbido, diventa sfondo in dissolvenza, mentre tra la nebbia si fa strada la forma marrone di un comodino su cui è posata la lampada verde pallido simile ad un fungo. Sta cercando di metterla a fuoco e intanto pensa per la millesima volta come mai l’abbiano dipinta di un colore tanto assurdo, visto che la forma da sola basta a renderla strampalata.
Il bambino richiama alla mente la frase pronunciata da zia Rosa il giorno che gliel’aveva regalata: “Questa lampada me l’hanno venduta come una delle novità del nuovo decennio!”. Poi la zia aveva impiegato dieci minuti buoni per spiegare a lui e a sua sorella che per “nuovo decennio” intendeva i prossimi dieci anni a partire dall’anno in corso, il 1960.
Tonino e Graziella hanno sempre adorato la zia Rosa. È una donnina minuta e nervosa che non ha voluto sposare nessuno del paese: dice sempre che i maschi sanno solo zappare, bere ed imprecare e che non sanno nemmeno com’è fatto l’abbecedario. Ripete ai nipotini che devono studiare e diventare qualcuno nella vita, non fossilizzarsi in quel paesino sperduto della Sicilia come hanno fatto tutti. E quando lo dice si capisce che parla anche un po’ di sé, perché l’unico occhio salvatasi dalla cataratta fatica a trattenere le lacrime.
Questi sono i pensieri a cui si aggrappa quella mattina Tonino mentre le palpebre duellano contro il sole cocciuto che prova ad infiltrarsi nelle tapparelle.
Sa che tra pochissimo dovrà impiegare tutte le proprie forze contro un nemico molto più ferale: la mamma che lo chiama per andare a scuola.
Di certo si sarà già alzata, perché i rumorini della cucina riescono a raggiungerlo anche nel mondo ovattato del dormiveglia.
Così Tonino inizia a stiracchiarsi nel lettino, godendosi quegli istanti di calore che adora. Potrebbe approfittare di quella quiete per iniziare ad inventare una nuova storia, magari ambientata in qualche posto lontano che ha visto al cinema.
Intanto il bambino si stropiccia gli occhi, poi li ruota per la camera, studiando i punti luminosi che dalla finestra si riflettono sugli intarsi dell’armadio.
Tutto come ogni mattina, pensa con un sospiro.
Poi qualcosa attira la sua attenzione a sinistra del suo campo visivo.
Guarda, ma non vede nulla.
La sua bocca assume un’espressione tra lo scettico e l’indifferente.
Sbadiglia.
Quando riapre gli occhi, la coda dell’occhio sinistro registra nuovamente uno stimolo che lo costringe automaticamente a girare lo sguardo.
Stavolta Tonino esamina il campo visivo con più attenzione: vede la porta socchiusa – la lascia sempre accostata la sera, sennò non riesce a prendere sonno -, la parete bianca e spoglia, la sedia con sopra i vestiti di ieri, l’armadio.
Niente. Non c’è altro. Cosa si aspettava?
- Mamma, sei tu? -, riesce ad articolare la bocca farinosa in direzione della porta.
Silenzio.
Senza sapere perché, il cuore accelera la sua corsa. Sarà l’effetto della sua voce che rimbomba contro la parete, sarà la sensazione d’insolito che si prova nel parlare da solo nella penombra.
Gli scappa una risatina nervosa che subito dopo si spegne.
Tonino ha visto di nuovo qualcosa.
Come un movimento in un posto dove è illogico che ci sia qualcosa capace di muoversi.
Dietro l’armadio.
Ma non c’è spazio, è praticamente incollato al muro, urla in segreto la sua testa.
Si solleva sui gomiti e strizza gli occhi, poi aguzza la vista più che può.
Ora ha visto meglio: dall’ombra nera dell’armadio contro la parete è apparsa per un attimo una forma tondeggiante e nera a sua volta, poco sopra la spalliera della sedia, ma si è ritratta subito dopo.
Il respiro di Tonino sembra essersi fermato.
Strano, pensa, non ho paura, sono solo sorpreso.
Ecco che il fenomeno si ripresenta.
E poi di nuovo e poi di nuovo.
Tonino non saprebbe dire per quante volte gli sembra di vedere questa grossa forma d’uovo apparire e scomparire, la continua a fissare come in trance. È rapito e imbambolato.
A un certo punto gli viene un’idea: è come osservare una persona che gioca a nascondino e che ogni tanto controlla che non ci sia nessuno nei paraggi. Sì, la forma d’uovo potrebbe essere… una testa!
Come a conferma del suo pensiero, la strana cosa dietro l’armadio decide che non c’è nulla di cui aver paura e lascia la sua postazione.
Lentamente emerge dall’oscurità una sagoma che sembra di un omino, un omino con la stessa consistenza delle ombre.
È un’ombra, pensa Tonino. Curiosità e sorpresa hanno lasciato il posto al terrore. Terrore allo stato puro.
L’uomo-ombra sosta qualche secondo sulla parete.
È un disegno sulla parete, solo un disegno…è…un brutto sogno…i pensieri si affollano nella mente del ragazzino.
Chiude gli occhi e li riapre.
Non se ne va!
Si copre il viso con la coperta.
Non vedo guardare!
Ma non resiste e si porta la coperta fino al mento.
E se chiamassi la mamma?
Continua a fissare la parete: il nero risalta in modo lugubre sul bianco.
Devo andare via, la porta è aperta. Un balzo solo è sono fuori.
Ma il corpicino sembra di marmo.
E se poi mi dovesse inseguire?
Le membra sono dure e gelide.
Vai via, vai via!
L’essere si muove.
Si stacca dalla parete e sembra acquistare solidità.
I movimenti a Tonino sembrano lentissimi. Gli arti d’ombra sembrano fluttuare verso di lui come se l’essere dovesse fare uno sforzo per non volare via.
Vai via, vai via!
Ma quel concentrato di tenebra in forma umana è vicino ai piedi del letto, ormai. È vicino ai suoi piedi!
VAI VIA, VAI VIA!
Tonino sente la paura crescere e da questa attinge per riacquistare energia.
Quasi senza rendersene conto, inizia a scalciare con violenza.
Straordinariamente, la creatura appare a sua volta spaventata ed indietreggia, lasciando il tempo al bambino di guadagnare la porta.
E corre Tonino.
Scalzo, esangue, imperlato di sudore e… sveglio.
Non deve mai essere stato tanto sveglio alle 7 del mattino.
Sulla porta della cucina lo investe l’odore del latte caldo e dei biscotti fatti in casa.
- Tonino, ti suggisti? Murìu u sceccu?[1], lo canzona la donna ai fornelli nell’usuale vestito blu a fiorellini.
Il ragazzino non riesce a rispondere, è troppo impegnato a riprendere fiato. L’immagine che sta mettendo a fuoco adesso gli sta pigramente restituendo un senso rassicurante di familiarità. Resta in silenzio per qualche minuto, fino a quando la madre non si avvicina alla porta con l’intento di andare a prendergli le pantofole in camera.
Tonino la trattiene per un braccio – quel braccio vivo, vero! - e crolla. Non riesce più a contenere la tensione. È un fiume in piena, Tonino, un fiume di parole e di lacrime.
Deve raccontare tutto e impedire alla madre di andare dall’Uomo Nero – perché ormai è sicuro che di questo si tratti.
Dopo aver lasciato il figlio straripare, la donna si ravvia la crocchia corvina e lo abbraccia.
- Ti ‘nsunnasti[2], Tonino! – lo rassicura. In quel momento la madre sprizza saggezza siciliana da tutti i pori e il piccolo vi si rifugia.
Per qualche giorno avrà paura a dormire da solo, ma con il tempo l’episodio rientrerò nella normalità e assumerà i contorni di un sogno.
*******
Eppure, - ne sono certa -, Tonino non dimenticherà e racconterà spesso in futuro del suo strano sogno agli amici, ai parenti, ai figli e ai figli dei suoi figli, forse.
Chissà…
Intanto, io sono qui.
Attenta osservatrice dei passi che lui compirà nel mondo.
Lo conosco dalla culla, il nostro Tonino: è un ragazzetto magro e slanciato per i suoi 9 anni, ha i capelli nerissimi e ribelli e due occhioni verdi trasparenti come il vetro di alcune bottiglie.
Continua ad essere un sognatore, ad inventare storie di mondi lontani e ha una mano speciale per il disegno. Immagina una cosa e subito dopo quella è stampata sulla carta.
È un tipo sensibile, a volte insicuro. Intelligente, ma poco volenteroso per lo studio, perché purtroppo non ha trovato insegnanti capaci di stimolare le sue capacità.
Io lo sorveglio e gli sto vicino, però devo stare attenta a non farmi vedere troppo spesso: potrebbe non capire.
Ho viaggiato molto, io, ne ho viste di cose e avrei parecchio da insegnargli.
Ho conosciuto la vita, ma non sono stata in grado di apprezzarla e adesso sto raccogliendo i frutti del dolore che ho provocato a me stessa e, più di ogni altra cosa, a coloro che mi sono stati vicini, un tempo lontano.
Non so più neanche bene dove e quando.
In qualche luogo simile ai mondi fantastici di Tonino un’eternità fa, forse.
Potrei raccontargli la mia storia, allora…
Ma no, non posso farmi vedere da lui ancora.
Forse un giorno lo farò, magari quando avrà smesso di aver paura.
Ma ora no.
Ora il mio posto è qui.
È di nuovo qui.
…
Dove?
Dietro l’armadio.
…
Chi sono, mi chiedete?
Un’anima, solo un’anima.
…
Un’anima vagante…
[1] Traduzione letterale dal dialetto siciliano: “Tonino, ti sei alzato? È morto l’asino?” (cioè, “é successo qualcosa di straordinario?”).