La Musica dei Boschi Vol. 2
Io, umile bardo…
Sono una donna che ama i cambiamenti, che si sollazza in tenui sogni da bambina, che cerca nei pallidi versi un riflesso di se stessa. A volte la ricerca trova un senso, a volte fruga invano. E intanto spargo nel bosco parti di me.

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Distillato d'aurora
domenica, 17 febbraio 2008 - 20:51

Alba su Roma - Elisa Allo

Osservo le palpebre socchiuse.
Hanno un lieve tremito come ali di passerotti al primo volo.
 
Tu dormi amore:
sul tuo viso sbocciano
gocce d’aurora
 
E sorridi. Spero di essere nei tuoi sogni, amore mio.
È strano. Io ti sogno di rado. Sento di non averne bisogno.
Si sogna ciò che si desidera disperatamente, ma che non si può avere?
Ecco, allora è per questo che ti sogno così poco.
E tu?
Mi sogni amore mio?
 
Stelle cadenti -
il sogno si è avverato:
mi sei vicino
 
Ora allunghi una mano e sfiori il mio cuscino tiepido.
Accarezzi il vuoto della federa priva della mia testa arruffata.
E aggrotti la fronte.
Lo sai, vero? Sull’uscio della porta dei sogni senti che non ci sono più.
Che strano, adesso, nella penombra del mattino, fotografo la tua mano.
Il chiaroscuro gioca con le tue dita forti e crea l’illusione di dita di bimbo.
Ma in fondo le tue dita sono così: vigorose e delicate insieme.
È così che il mio corpo le conosce.
 
Ci siamo amati
con passione e dolcezza
ma sorge il sole
 
Un suono lontano. Rintocchi…
Ecco, si è fatto tardi. Devo andare, tesoro.
Mi chino su di te e le nostre labbra diventano un tutt’uno.
Tu rispondi al bacio e sussurri: “A dopo, amore mio”.
Col cuore liquefatto di tenerezza, accarezzo il tuo viso e vado.
A dopo, amore mio.


*Pubblicato anche sul blog Musa Calliope 
in occasione dell'iniziativa "Lettera a cuore aperto".
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In ---> fotografia, dediche, haibun, blog-eventi
«Marea»
lunedì, 23 ottobre 2006 - 12:34
Tu, marea
che plachi le tormente,
vesti gli scogli con le tue carezze.
Profondo e traditore è il cuore,
fragile e gonfio di nostalgie
se non sente il tuo abbraccio.
Nudo è il corpo e muto,
e agogna paramenti e parole
che tu sola puoi restituire.
 
Tu, marea nutrice
dai forza alla mia corteccia
adorna solo di fuscelli inariditi,
screpolata dai troppi pianti
cui solo la Signora delle Notti
- serafica amica! - risponde.
E a Lei racconto che ti amo.
A Lei, paladina del nostro amore.
 
Sei tu, mia marea,
mia forte marea,
che bramo senza posa.
E anche nella tempesta,
avvolta in te divento feconda
tetragono alle sferzate del vento
e ansa ai colpi dei tuoi flutti.
Tu, mia marea,
tu, mia onda.
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In ---> poesie, dediche
giovedì, 05 ottobre 2006 - 00:33
Solo un attimo
brillò il piccolo sole.
Poi, luci spente.
 
Ma il Tempo il tuo sorriso
fraterno non oscura.
a G.

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In ---> dediche, rimembranze, tanka, haiga
«DEDICATO A DEMETRA» (3ª e ultima Parte)
domenica, 24 settembre 2006 - 11:39

[...]

***************************

I tacchi quasi inciampano sui sampietrini di Campo de’ Fiori.
La giovane donna che li indossa a stento riesce a mantenere l’equilibrio.
La carnagione chiara si è arrossata sulle gote.
Deve avere camminato a passo svelto nonostante le calzature poco comode, perché sembra respirare con un lieve affanno. Indossa un paio di jeans e una maglia leggera e screziata che le mettono il risalto il corpo alto e snello. Il vento della primavera gioca con i lunghi ricci castani.
Un’occhiata al depliant che tiene in mano, una rapida scorsa alla costellazione umana che affolla la piazza e i suoi passi piccoli e veloci si immettono lungo una precisa traiettoria.  Quindi non è qui per bighellonare come la maggioranza della massa umana presente, ha una meta.
Imbocca una serie di stradine fino a quando non si ferma davanti ad un edificio. L’ingresso non ha l’aspetto di un’abitazione qualsiasi, è più in incrocio tra un negozio ed un teatro. Infatti, varcata con un sospiro la porta d’entrata, si accinge a pagare un biglietto.
Basta darsi un’occhiata intorno per capire che si tratta di una galleria d’arte.
La mostra sembra divisa in sezioni e gli autori sono più di uno.
Ci sono sia dipinti che sculture e anche un profano capirebbe che si tratta di arte contemporanea.
La donna si sofferma con attenzione su ogni opera in esposizione, soppesando con calma ogni forma, assorbendo ogni variazione cromatica, concentrata come nell’atto di scattare una fotografia. Sono passati diciassette anni da quando la giovane era una ragazzina brillante con un sogno da realizzare, e lo sguardo che posa tuttora sul mondo è sempre quello dell’artista.
Sceneggiare e disegnare fumetti oggi sono parte della sua vita.
La ragazzina ce l’aveva fatta.
Ora si aggira per la sala come in cerca di qualcosa. Per un attimo il suo sguardo si deconcentra ed il bel viso appare inquieto.
Continua il suo giro. Un momento si avvicina di più ad un dipinto per poi allontanarsene. Ora, mette a fuoco, ora migliora l’inquadratura, ora sistema l’obiettivo. A volte sorride tra sé.
Poi si ferma. Sta fissando qualcosa alla parete e sembra come pietrificata.
L’opera rappresenta una figura femminile. L’ovale del viso irradia luce, gli occhi fissano un punto in alto, inesistente: la persona ritratta sta volando lontano con la mente, come in cerca di una fantasia perduta, e le onde mobili dei capelli sembrano accompagnarne i pensieri.
Si piega in avanti per leggere il titolo e, quando si rialza, la bocca è coperta dalle mani per nascondere l’emozione.
«Dedicato a Demetra».
Si volta e solo ora si accorge che in sala si è formato un capannello di persone. Timida, si avvicina e - mentre l’uomo dai capelli color del miele fa per girarsi nella sua direzione -, le labbra formulano in automatico la parola che diciassette anni prima entrambi si erano a lungo esercitati a pronunciare.
- “Ciao!”
 
 
 
 
 
 
Fine
 
 
  
Nota dell’autrice: ogni riferimento a fatti e persone è assolutamente non casuale, anche se molti eventi, come anche il luogo, sono stati appositamente cambiati.
Questo racconto è dedicato ad una persona che amo profondamente e che, con il suo essere al mondo, ha cambiato la mia vita.
Ti voglio bene, sorellina.
 
 
 
Etain
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In ---> racconti, dediche
«DEDICATO A DEMETRA» (2ª Parte)
venerdì, 22 settembre 2006 - 23:31
[...]
La scuola avrebbe partecipato ad un concorso di disegno estemporaneo organizzato da varie scuole medie di Roma. La meta scelta era stata il rione Trastevere. Per ogni classe erano stati scelti almeno uno o due alunni più in gamba. Quella giornata era destinata ad essere ricordata da Demi tra le più importanti della sua vita. Fu quella breve gita a trasformare in dialogo gli esercizi di sguardi e sussurri in cui i due ragazzi si erano finora cimentati.
Demi scoprì che lui era un artista eccezionale.
Dima riuscì a superare l’imbarazzo causatogli dallo scarso italiano e le raccontò un po’ della sua storia e dei suoi sogni.
Entrambi desideravano un futuro nel mondo dell’arte e le loro confidenze furono senza dubbio facilitate dalla sensazione di essere sospesi nel passato, - sensazione che ben conosce solo chi ha respirato almeno una volta in vita sua nei vicoli di Trastevere.
Demi gli confidò dei due sogni che le davano battaglia: diventare stilista o fumettista? Gli disse – non senza un lieve tremolio nella voce - che sentiva di  dover percorrere la sua strada dritta verso uno di quegli obiettivi.
Le confidenze di lei facilitavano quelle di lui e venne fuori che Dima aveva frequentato un liceo artistico in Ucraina.
- Anch’io voglio frequentare una scuola simile dopo le medie!, gli occhi nocciola di Demi si spalancarono, mentre Dima annuiva sorridendo.
Gli ultimi scorci dell’anno furono ricordati negli anni a venire da Demi come il periodo più bello della sua adolescenza e, in effetti, ne segnarono l’inizio. Dima era il suo amico più caro, ma allo stesso tempo era molto più di un amico. Si era creata tra loro un’atmosfera di complicità fatta di muta elettricità. I giovani cuori balzavano in petto, ma lo facevano sempre con discrezione. Il mondo non doveva saperlo, era sufficiente che gli occhi dell’uno lo raccontasse a quelli dell’altra e viceversa. Un ping pong giocato in gran segreto.
Entrambi, senza neanche dirselo, avevano scelto lo stesso istituto d’arte per l’anno prossimo.
Ma arrivò un giorno...
Un giorno di fine maggio, per essere precisi.
Dima la chiamò affinché si sedessero sulla stessa panchina del cortile. A Demi sembrò una cosa insolita.
- Sai, mi piacerebbe tanto farti un ritratto…, la voce con l’accento dell’est era venata di tristezza.
- Davvero? Sì, mi piacerebbe molto. Perch…
- Torno in Ucraina, buttò giù d’un fiato con gli occhi bassi.
In quel momento, Demi credette che la campanella suonasse troppo forte.
Il destino aveva conferito a quella voce stonata il potere di frantumare in mille pezzi il suo bel sogno di cristallo.
 
Gli esami vennero e passarono.
Nonostante l’umore non fosse dei più felici, i due ragazzi riuscirono ad ottenere buoni risultati. Demi addirittura ottenne il massimo dei voti.
Si videro poco in quel periodo, ma si sentivano spesso per darsi man forte.
Il giorno della partenza di Dimitri, lei corse alla stazione. Dopo aver zigzagato per la Stazione Termini alla ricerca del binario giusto, riuscì a vedere la sua testa bionda affacciata ad un finestrino. Tese la mano, chiamandolo con il fiato rimasto, e gli consegnò un foglio ripiegato.
Era un disegno a matita che li ritraeva insieme, abbracciati.
Dietro, solo poche parole: “Non dimenticarmi”.
Mentre il treno iniziava a muoversi, lui si sporse dal finestrino:
- TI FARÒ UN RITRATTO! TE LO GIURO!
Le lacrime bagnarono il viso della giovane, mentre si diceva:
- Dimitri, il mio primo amore…
 
(continua qui)
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In ---> racconti, dediche
«DEDICATO A DEMETRA» (1ª Parte)
mercoledì, 20 settembre 2006 - 20:08
 
- Ti piace, non è vero?
La domanda giunse inattesa all’orecchio di Demi e la fece sobbalzare.
Anche senza voltarsi sapeva già che Chiara l’aveva raggiunta alla finestra che si affacciava sul cortile interno della scuola.
Era come un angelo custode, Chiara.
E sembrava saper leggere dentro alle persone.
- Lo stai ancora guardando con lo sguardo sognante, Demi, non negare.
Demetra – per gli amici, Demi – si voltò verso la sua compagna di banco e una piccola valanga di riccioli castani si scossero in segno di diniego, intorno al suo capo un’aureola dorata rubata al sole.
- Quante volte te lo devo dire? A me non piace nessun ragazzo! Sono tutti dei cretini, tutti a fare battutine idiote sui miei capelli!
Lo sapevano tutti: mai stuzzicare Demi sui suoi capelli, erano il suo tallone d’Achille, la sua disperazione. Eppure, - lei non lo sapeva ancora -, erano anche uno dei suoi punti di forza.
Demi era una ragazzina di 13 anni dal volto grazioso e pulito, la cui mente era in continuo fermento. Il corpo slanciato da adolescente possedeva la medesima armonia del volto. I suoi occhi guardavano il mondo come attraverso la lente di una macchina fotografica, ne assorbivano ogni fotogramma per poi metterlo su carta con tocchi composti, ma fermi. Quello che posava sul mondo era lo sguardo dell’artista.
- Oh, sta rientrando!, disse Chiara.
Entrambe le ragazze erano ora affacciate alla finestra della loro classe, concentrate sullo stesso punto in movimento.
- Certo che rientra, la ricreazione è finita! Uffa, ora ci toccherà sorbirci la prof. di matematica con tutte le sue paranoie sugli esami e sul fatto che quest’anno dobbiamo studiare di più…, Demi ora dava le spalle alla finestra.
- Meno male che ha i capelli color carota che gli fanno da fanale, così non corri il rischio di perderlo di vista, eh, Demi?
La ragazza si sentì avvampare. Ma perché, poi?
Stava per ribattere che No, non le interessava quel ragazzo pieno di lentiggini!, quando udì la sua voce che, rispondendo ad un richiamo sconosciuto, rispose:
- No, ti sbagli! I suoi capelli sono biondi!, ma perché ora stava quasi urlando?
Si impose di abbassare il tono:
- Anzi… sono del colore del miele…
Chiara le sorrise. Aveva ottenuto la risposta alla sua domanda.
 
L’anno della terza media, si sa, è uno dei più difficili, ma Demi non sembrava preoccupata. Non perché non amasse studiare, anzi. Era sempre stata una delle prime della sua classe e, pur essendo amiche e compagne di banco, tra lei e Chiara c’era sempre stata una tacita competizione. Demi era il genio del disegno e della creatività, l’amica al contrario era la mente logico-matematica. Quell’inizio anno, però, nascondeva l’imprevisto: dopo poche settimane aveva conosciuto lui, il giovane straniero dai capelli biondo miele, gli occhi color zaffiro e l’accento slavo.
Rivedeva con gli occhi della mente l’istante senza tempo in cui erano stati presentati, la voce incerta, la sensazione di calore sul viso e nella mano che lui le stringeva mentre le diceva con quel suo italiano incerto: “Ciao, mi chiamo Dimitri”.
Dimitri. Demetra.
L’assonanza dei loro due nomi le fece battere il cuore all’impazzata.
E la prof. di italiano, di passaggio nel corridoio, mossa da ispirato romanticismo – o almeno così sembrò alla ragazzina - conferì sacralità all’incontro dichiarando:
- Dimitri… significa “dedicato a Demetra”, dea greca della fertilità… ma i romani la chiamavano Cerere, come certo Demi saprai, visto che ne porti il nome…
E sul suo volto era scoppiato l’incendio.
Dopo quella prima volta che si erano parlati, si erano incontrati sempre di sfuggita nei corridoi. La scuola media era grande e piena di sezioni e lui frequentava un’altra classe. Circolava voce che il ragazzo avesse circa due anni più dei suoi compagni, ma che era stato costretto a tornare alle medie per via delle difficoltà con la lingua. Si diceva che venisse da un paesino dell’Ucraina e che, insieme ai genitori, avesse lasciato i suoi natali per cercare fortuna in Italia.
Demi era contenta che avessero scelto Roma, era certa che la capitale italiana potesse offrire loro molte possibilità. A volte si sorprendeva ad osservarlo di nascosto: fantasticava sulla sua vita nel paese natio, si chiedeva che lavoro avesse fatto laggiù suo padre, che scuola avesse frequentato. Esaminava i suoi abiti per scoprire se ne avesse abbastanza e si preoccupava se lo vedeva indossare la stessa maglia troppi giorni di seguito.
Avevano una “loro” parola che lei aveva iniziato ad adorare.
Dopo il primo “ciao”, avevano iniziato a scambiarsene parecchi. Gli occhi si incrociavano per le scale? Due labbra sussurravano all’unisono “ciao”.
Per quasi tutto l’anno scolastico il loro fu uno scambio di sguardi e di saluti bisbigliati. Diario ed album da disegno si riempirono misteriosamente di faccette lentigginose e di un breve nome assonante con Demi: Dima. E sì, perché aveva sentito un suo compagno di classe appellarlo con quel nomigliolo.
Poi un giorno avvenne una specie di miracolo.
(continua qui)
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In ---> racconti, dediche
Senilità
mercoledì, 06 settembre 2006 - 19:21

Alle mie nonne

Lucori rappresi
dal peso di troppe lune.
Sorrisi dolci dietro occhi
ornati di sapienza e mestizia
in cui annegano memorie
dall’inchiostro coriaceo.

Languide le membra di macula
trascinano marce pesanti
intrise di ere lontane,
rami turgidi di frutta
genitrice dei germogli presenti.

Visi sdentati e mani ramose
bramano primavere perdute
dietro le grate ossidate di Storia
rannicchiati, oltre cui mirano,
nello Specchio della nuova genia,
riflessi d’affetti e desideri e invidie.

Intanto che sognano
il sopravvivere in estati future,
si vivono l’inverno
accanto a nostalgici fuochi
al ritmo cauto di parole incanutite.

Vecchia sulla porta - Nuccio Leoni

Etain

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In ---> poesie, dediche
Attendendo la Favola
venerdì, 09 giugno 2006 - 10:52

“…E quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto…" (Nazim Hikmet)


Attraversi in punta di piedi la mia vita.
Timido, spalanchi le imposte serrate,
ti affacci alla finestra
e sbirci i colori del mio orto segreto.
Attendi.
Chiudi gli occhi come in ascolto di suoni lontani.
Sai che prima o poi arriverà l’eco dei miei pensieri,
i racconti della mia anima assopita.
Ma ora la voce si nasconde al tuo orecchio.
E tu attendi, fiducioso e discreto.
Sai che un giorno la udirai come un canto lontano,
una musica che saprà di muschio e di tempo.
Questa voce, lo sai, ti segue da presso come un’ombra,
genius loci invisibile che non ti abbandona mai,
antico aedo con la cetra sciupata da troppe storie.
Ti è accanto ora,
le braccia incrociate alla tua stessa finestra
e gli occhi sullo stesso cielo.
Aspettala,
ha ancora da narrarti le favole più belle.

Etain

N.B.: questo componimento ha partecipato a Poetica_mente, iniziativa proposta da Psyché sul Blog degli Autori di Manuale di Mari.

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In ---> poesie, istantanee, dediche, prosa poetica, blog-eventi
Verso albe nuove
martedì, 29 novembre 2005 - 18:44

AuroraFoto mia - SAVOCA (ME)

Dedicato a M.

Ci incamminiamo verso albe sempre nuove, noi, che venivamo da tramonti rossi e violenti come esplosioni sconosciute.
Percorrevamo sentieri solitari, esseri bardati in mantelli grigi e corazze d’acciaio, di rado affiancati da altre anime bardate.
Non ti conoscevo. Non mi conoscevi.

Poi quel giorno ci siamo incontrati in quel crocicchio. Ricordi?
Solo un sorriso abbozzato da dietro la corazza, quasi irriconoscibile, cauto e amaro come una smorfia.
E occhi intensi, intrisi di dolori diversi eppure simili.
Le corazze non sono riuscite a nasconderli.
Poi nulla.
Solo due corpi solitari dissolti nella nebbia con un ricordo in più da ammonticchiare.
Un ricordo a cui dedicare rimpianto.
E abbiamo atteso. Da sempre.

Dimmi, perché non mi hai fermata, allora?
Dove hai trovato la forza per indugiare ancora?
Io ti ho atteso una vita.
Ero convinta di riconoscerti con uno sguardo.
Uno sguardo era bastato a te. E a me?
Maledetta paura! La sua maschera pesante avrebbe potuto soffocarmi se…
Ma niente più se.
Non volevo appartenerti. Tu già mi appartenevi. E lo sapevi.
Mi hai cercata. Mi hai ritrovata. Mi hai tenuta stretta.
Cuore contro cuore ho saputo riconoscerti.

Eri tu che cercavo quando vagavo nella nebbia fino a vaporizzarmi.
Eri tu nei miei sogni di bambina che lasciavano il vuoto tra le braccia al risveglio.
Eri tu disperso nel profumo di umido e mosto degli autunni della mia fanciullezza.
Eri tu a comporre motivi cinguettanti nella primavera di immaturi batti cuore.
E sempre eri tu a diffondere il calore delle fiamme d’estate.
E a quietare i brividi degli inverni senza abbracci.

Tu hai combattuto le mie paure e curato le mie ferite. E hai vinto.
Le armature sono cadute come foglie morte sul ramo al tocco del vento.
Ecco, ora ti appartengo e tu mi appartieni.

Ci incamminiamo verso albe nuove, noi, che abbiamo conosciuto solo tramonti violenti e notti senza luna e nevi e deserto.
Noi, con le mani giunte a tessere trame e orditi di arazzi colorati e ancora nuovi.
Abbiamo tanti giorni luminosi da ricamare, noi, che ci siamo scoperti vivi e unici.
Noi, cotiledoni orfani, siamo rinati come un’unica realtà, sbocciando finalmente come noi stessi.

Etain

Questa lettera ha partecipato a "Concorso di Emozioni", indetto da Manuale di Mari, dove è stata pubblicata ieri.

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Melodia inchiostrata da Etain - Permalink - commenti (12) - commenti (12) (popup)

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