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Alle mie nonne
Lucori rappresi
dal peso di troppe lune.
Sorrisi dolci dietro occhi
ornati di sapienza e mestizia
in cui annegano memorie
dall’inchiostro coriaceo.
Languide le membra di macula
trascinano marce pesanti
intrise di ere lontane,
rami turgidi di frutta
genitrice dei germogli presenti.
Visi sdentati e mani ramose
bramano primavere perdute
dietro le grate ossidate di Storia
rannicchiati, oltre cui mirano,
nello Specchio della nuova genia,
riflessi d’affetti e desideri e invidie.
Intanto che sognano
il sopravvivere in estati future,
si vivono l’inverno
accanto a nostalgici fuochi
al ritmo cauto di parole incanutite.
Etain

“…E quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto…" (Nazim Hikmet)
Attraversi in punta di piedi la mia vita.
Timido, spalanchi le imposte serrate,
ti affacci alla finestra
e sbirci i colori del mio orto segreto.
Attendi.
Chiudi gli occhi come in ascolto di suoni lontani.
Sai che prima o poi arriverà l’eco dei miei pensieri,
i racconti della mia anima assopita.
Ma ora la voce si nasconde al tuo orecchio.
E tu attendi, fiducioso e discreto.
Sai che un giorno la udirai come un canto lontano,
una musica che saprà di muschio e di tempo.
Questa voce, lo sai, ti segue da presso come un’ombra,
genius loci invisibile che non ti abbandona mai,
antico aedo con la cetra sciupata da troppe storie.
Ti è accanto ora,
le braccia incrociate alla tua stessa finestra
e gli occhi sullo stesso cielo.
Aspettala,
ha ancora da narrarti le favole più belle.
Etain
N.B.: questo componimento ha partecipato a Poetica_mente, iniziativa proposta da Psyché sul Blog degli Autori di Manuale di Mari.
Foto mia - SAVOCA (ME)
Dedicato a M.
Ci incamminiamo verso albe sempre nuove, noi, che venivamo da tramonti rossi e violenti come esplosioni sconosciute.
Percorrevamo sentieri solitari, esseri bardati in mantelli grigi e corazze d’acciaio, di rado affiancati da altre anime bardate.
Non ti conoscevo. Non mi conoscevi.
Poi quel giorno ci siamo incontrati in quel crocicchio. Ricordi?
Solo un sorriso abbozzato da dietro la corazza, quasi irriconoscibile, cauto e amaro come una smorfia.
E occhi intensi, intrisi di dolori diversi eppure simili.
Le corazze non sono riuscite a nasconderli.
Poi nulla.
Solo due corpi solitari dissolti nella nebbia con un ricordo in più da ammonticchiare.
Un ricordo a cui dedicare rimpianto.
E abbiamo atteso. Da sempre.
Dimmi, perché non mi hai fermata, allora?
Dove hai trovato la forza per indugiare ancora?
Io ti ho atteso una vita.
Ero convinta di riconoscerti con uno sguardo.
Uno sguardo era bastato a te. E a me?
Maledetta paura! La sua maschera pesante avrebbe potuto soffocarmi se…
Ma niente più se.
Non volevo appartenerti. Tu già mi appartenevi. E lo sapevi.
Mi hai cercata. Mi hai ritrovata. Mi hai tenuta stretta.
Cuore contro cuore ho saputo riconoscerti.
Eri tu che cercavo quando vagavo nella nebbia fino a vaporizzarmi.
Eri tu nei miei sogni di bambina che lasciavano il vuoto tra le braccia al risveglio.
Eri tu disperso nel profumo di umido e mosto degli autunni della mia fanciullezza.
Eri tu a comporre motivi cinguettanti nella primavera di immaturi batti cuore.
E sempre eri tu a diffondere il calore delle fiamme d’estate.
E a quietare i brividi degli inverni senza abbracci.
Tu hai combattuto le mie paure e curato le mie ferite. E hai vinto.
Le armature sono cadute come foglie morte sul ramo al tocco del vento.
Ecco, ora ti appartengo e tu mi appartieni.
Ci incamminiamo verso albe nuove, noi, che abbiamo conosciuto solo tramonti violenti e notti senza luna e nevi e deserto.
Noi, con le mani giunte a tessere trame e orditi di arazzi colorati e ancora nuovi.
Abbiamo tanti giorni luminosi da ricamare, noi, che ci siamo scoperti vivi e unici.
Noi, cotiledoni orfani, siamo rinati come un’unica realtà, sbocciando finalmente come noi stessi.
Etain
Questa lettera ha partecipato a "Concorso di Emozioni", indetto da Manuale di Mari, dove è stata pubblicata ieri.
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